I Vampiri

scritto da alessandro il 9 settembre 2003 Commenti 0 Creature Leggendarie

Il vampiro, ovvero il concetto del non-morto che ritorna in vita a nutrirsi di sangue, della linfa vitale, dell'essenza stessa della vita, oltre che perdersi nella notte dei tempi, si ripropone nella cultura di moltissime popolazioni. Il fulcro di tale folcloristica icona risiede tutto nell'insito e ancestrale timore, o meglio orrore, che è proprio dell'uomo: la paura che i defunti possano ritornare in vita e portarci con loro tra le braccia della morte. È per questo che già alcune popolazioni preistoriche tendevano a posizionare delle grosse pietre sopra i cadaveri dei lori morti, per preservarsi da un loro ritorno. Una delle tracce più antiche riguardo il vampirismo lo troviamo già in terra Babilonese, dove possiamo leggere su una tavoletta oggi conservata al British Museum un rituale magico atto a proteggere dai demoni notturni succhiatori di sangue, gli "etimmé". Anche nella tradizione ebraica non mancano esempi in proposito. Troviamo nuovamente demoni "succhiasangue" (gli "aluka"), e la stessa Lilith, demone appartenente alla tradizione assiro-babilonese assorbita poi anche nella cultura ebraica, che fu anche la prima, terribile, moglie di Adamo, rifiutata poi dallo stesso e tramutata in malvagio demone. Essa, oltre ad appartenere all'ordine dei "succubus" (il corrispettivo femminile degli "incubus"), è nota per la sua golosità di linfa vitale, e per la sua voracità di bambini, mettendosi così in una posizione opposta al principio di fertilità che le dovrebbe appartenere in quando essere femminile. Nella tradizione greco-romana troviamo la lamia, a volte bella fanciulla, a volte vecchia strega, o in alternativa animale viscido e serpentino, ricoperto di squame, ma dal viso comunque femmineo. Vi erano poi le "striges" (da cui discenderà poi "streghe"), dalla forma di uccello rapace, avide di sangue che bevevano dall'affilato becco. Vediamo quindi quanto sia radicata, anche nella nostra cultura, l'immagine e il concetto di "vampiro". Basti pensare, in ultimo esempio che anche insigni personalità e persino Padri della Chiesa come S. Agostino, autore del trattato "De cura pro mortuis", si occuparono di loro.

Andiamo però con ordine. Il termine "vampiro" ha origine slava, e, in genere si riconduce alla radice -pi (mago, stregone) e al verbo lituano "wempti", ovvero bere, succhiare. E' intuitivo che almeno nel ceppo indoeuropeo avremo assonanze nei termini, come i "vampir" serbi e bulgari, gli "upier" della Polonia, e gli "upir" russi. Ornella Volta, nel volume Le Vampyre, ha raccolto documentazione per ben cinquantacinque "specie" diverse relative ai vampiri, delle quali una copiosa percentuale vive nei paesi dell'Est europeo. Troviamo così i "Nosferat", "Strigoi", "Ogoljen", "Vurdalak", "Drakul" e "Muroni" rumeni, il "Farkaskoldus" ungherese, i bulgari "Krvopijac" e "Oubur" e tante altre creature albanesi, iugoslave, polacche e russe.

Alcuni esempi storici

"Traitè sur les Apparitions des Esprits et sur les Vampires ou les Revenants de Hongrie, Moravie…". E' questo il chilometrico titolo del trattato pubblicato a Parigi nel 1746 da Don Augustin Calmet, abate di Senones, in seguito alle terribili epidemie di vampirismo verificatesi in tutta Europa tra la seconda metà del XVII secolo e la prima di quello seguente. Nelle quasi mille pagine sono raccolte tutte le testimonianze di cui l'abate riuscì a venire in possesso, e venivano anche avanzate delle ipotesi per cercare di spiegare il fenomeno, come ad esempio casi di catalessi, differente grado di decomposizione dei cadaveri. Anche il noto illuminista Voltaire, seppur all'interno del suo satirico Dizionario Filosofico, fece riferimento ai vampiri, accusando il clero e gli esattori di essere tali. Altra famosa epidemia, della quale il botanico francese Pitton de Tournefort fu testimone, fu quella dell'isola greca Mikonos, nel 1701. "Tutti avevano perso la testa - egli scrisse - era come una febbre del cervello, pericolosa quanto la rabbia e la follia.

[…] L'approssimarsi del buio scatenava un lamento generale.". E ancora nel 1732 scoppiò a Parigi una "epidemia vampirica; i soldati dall'esercito francese decapitarono tutti i cadaveri, seppellendo poi le teste dislocate nei dintorni della città. Anche il famoso autore di "Carmen", Prosper Mérimée assistette ad un presunto caso di vampirismo nel 1816, a Varbesk, in Serbia. Una notte, nella casa in cui era ospite, una ragazza si svegliò di soprassalto è gridò che qualcuno si era gettato su di lei mordendola sul collo, riconoscendo nella spettrale figura un suo conoscente morto alcuni giorni prima. All'alba tutti gli abitanti si recarono al cimitero per assistere alla riesumazione del cadavere, "Quando il sudario fu levato, un grido acutissimo mi fece drizzare i capelli - scrisse poi Mérimée - "E' un vampiro! I vermi non l'hanno ancora divorato!", gridarono più voci. Venti colpi di fucile furono poi tirati dritto alla testa del cadavere e il padre e i fratelli di Khava (la ragazza in questione NdA) lo fecero a pezzi con i loro coltellacci.".

Nel 1849 il sergente Fracois Bertrand fu processato per aver violato parecchie tombe, accusato inoltre di succhiare sangue dei cadaveri sepolti da pochi giorni. Fritz Haarman fu addirittura condannato a morte nel 1915, definito dall'opinione pubblica "il vampiro di Hannover", e altro famoso vampiro fu quello "di Dusseldorf" degli anni trenta, ovvero Peter Kuertner, la cui vicenda ispirò anche Fritz Lang per una sua pellicola; terminiamo poi con il famigerato John Haigh, il "vampiro di Londra" del 1949. Anche l'Italia fa la sua parte con Vincenzo Verzeni, che, come ci racconta il noto criminologo Cesare Lombroso, era solito bere il sangue delle proprie vittime.

I Vampiri e l'Arte

La prima opera di fantasia riguardo la figura del vampiro, fu proprio il romanzo "Il vampiro" del dottor John Polidori (1819). Fu proprio lui, tramite l'amicizia con Lord Byron, a creare la figura del romantico vampiro moderno, un malvagio aristocratico dal fascino morbosamente irresistibile. E proprio questo fu l'incipit del prolificare di tantissime opere ispirate ai vampiri. Ricordiamo ad esempio l'Opera "Der Vampyr" (1828), di Marschner, il dramma teatrale "Le Vampire", di Nodier (1819), e di Dumas (1851), romanzi d'appendice come "Varney the Vampyre" (1845) di James Malcolm Rymer. Ma dovremo aspettare il 1897 per poter vedere ultimata l'opera che senza dubbio consacrò Dracula come il vampiro per antonomasia. Sto parlando del "Dracula" di Abraham Stoker, modellato sia sulla figura storica di Vlad Tepes, sia sul famoso attore Henry Irving, "dalla voce sibilante e terribile".

Ma non finisce qui. All'inizio del secolo non si perse occasione per sfruttare la diabolica figura del vampiro sulla neonata pellicola cinematografica. Ecco quindi entrare in scena "Nosferatu" (1922), per la regia di Wilhelm Murnau, e, più tardi il "Dracula" (1931) di Tod Browning, con la partecipazione del mitico Bela Lugosi, eccentrico personaggio che, alla sua morte, si fece nientemeno seppellire negli abiti del Conte vampiro, col quale si era anche troppo identificato durante le riprese. Cito poi velocemente il "Vampyr" (1932), del regista danese Carl Theodor Dreyer, caratteristico per essere stato girato solamente durante l'alba, per ottenere un'ambientazione eterea molto particolare.

Da allora in poi i film, i rifacimenti, i racconti, non si sono più contati, e continuano ancora a proliferare.

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